Approvato anche nel nostro Paese, dopo una procedura europea accelerata, olaratumab, farmaco che, in combinazione con doxorubicina, sarà una nuova terapia ‘di prima linea’

Sarcoma, svolta nelle cure dopo 40 anni di ricerca Un anticorpo “umano” dimezza la mortalità

Finalmente dopo 40 anni di impegno nella ricerca, approvato un farmaco per la terapia di prima linea del sarcoma dei tessuti molli, tumore raro e per questo di difficile gestione, che colpisce ogni anno oltre 3500 italiani e nel 60% dei casi si manifesta in forma avanzata, con una sopravvivenza che scende fino al 15% a 5 anni se la diagnosi non è tempestiva. Olaratumab è un anticorpo monoclonale che, in combinazione con doxorubicina, ha mostrato di ridurre del 54% la mortalità e di prolungare dell’80% la sopravvivenza. Al via anche una Rete Nazionale Tumori Rari per la condivisione dei casi e il confronto di esperienze.

Milano, 14 settembre 2017 –
Una nuova terapia, una svolta per i pazienti, la prima dopo 40 anni

Una svolta per i pazienti, la prima dopo 40 anni. Anche in Italia è stato appena approvato olaratumab che, in combinazione con doxorubicina, sarà una nuova terapia di prima linea per i sarcomi dei tessuti molli in fase avanzata. Finalmente, dopo decenni senza novità terapeutiche di rilievo, un farmaco risponde alle necessità dei pazienti con un tumore raro per cui esistevano finora poche opportunità di cura.

La malattia in numeri

In tutta Europa sono circa 23.000 le persone colpite ogni anno da questo tumore che origina dal tessuto connettivo e può interessare ossa, cartilagini, nervi, vasi sanguigni e tessuti sottocutanei. In Italia si stimano oltre 3500 nuovi pazienti l’anno che, nelle forme più avanzate, hanno una scarsa speranza di sopravvivenza a 5 anni con le terapie finora disponibili.

La novità scientifica

Olaratumab è un anticorpo monoclonale ricombinante totalmente umano che interferisce con meccanismi cruciali per lo sviluppo del tumore e per la proliferazione, differenziazione e sopravvivenza della cellula tumorale. In combinazione con doxorubicina, olaratumab migliora l’aspettativa di vita dei pazienti in modo sostanziale: lo studio di fase II che ha portato all’approvazione del farmaco ha mostrato che è possibile una riduzione del 54% della mortalità e un prolungamento della sopravvivenza dell’80%. Sulla base di questi risultati l’European Medicines Agency (EMA) ha dato il via libera in forma accelerata all’immissione in commercio della molecola, in considerazione della sua valenza clinica, ma anche della rarità della patologia e dell’assenza da decenni di nuove alternative terapeutiche per questi pazienti.

LA MALATTIA E LA CURA

“L’arrivo di olaratumab è una notizia molto positiva per i pazienti con sarcoma dei tessuti molli in fase avanzata – spiega Silvia Stacchiotti, Oncologa Medica dell’Istituto Nazionale Tumori di Milano. Si tratta di un anticorpo monoclonale ricombinante totalmente umano che interferisce con meccanismi molecolari della cellula tumorale, riducendo così le possibilità di progressione della malattia. L’efficacia è stata dimostrata dallo studio JGDG, una sperimentazione clinica di fase II condotta in 17 centri degli Stati Uniti su pazienti con sarcoma dei tessuti molli in fase avanzata o metastatica: in queste persone l’associazione olaratumab con doxorubicina ha aumentato di circa un anno la sopravvivenza nella metà dei pazienti rispetto a chi aveva ricevuto la sola doxorubicina. Non è comune osservare un vantaggio così importante in termini di sopravvivenza nella terapia medica dei sarcomi dei tessuti molli dell’adulto. Questo, associato alla buona tollerabilità e alla sicurezza del farmaco, ha configurato un profilo rischio/beneficio positivo e hanno portato il Committee for Medicinal Products for Human Use (CHMP) dell’EMA a valutare olaratumab con procedura accelerata, raccomandando un’approvazione condizionata per fornire un accesso anticipato al farmaco e soddisfare un’esigenza terapeutica finora priva di risposte pur in attesa dei risultati di una sperimentazione di conferma di fase 3”.

Infatti, l’approvazione condizionata consente l’autorizzazione all’immissione in commercio nell’interesse della salute dei pazienti. Attualmente è in corso la sperimentazione clinica di fase III, lo studio JGDJ, per confrontare efficacia e sicurezza della combinazione olaratumab e doxorubicina rispetto alla sola doxorubicina in circa 500 pazienti con sarcoma dei tessuti molli in fase localmente avanzata o metastatica.

“Clinicamente l’introduzione di olaratumab, classificato come farmaco orfano dall’EMA, ha un impatto sulla sopravvivenza nella fase avanzata di malattia tutt’altro che limitato – sottolinea la dr.ssa Stacchiotti –. I sarcomi sono rari ed eterogenei, e questo costituisce una difficoltà maggiore per gli studi clinici, che dunque rappresentano una sfida continua proprio a causa del basso numero di casi per ciascun tipo di sottogruppo”.

IL FATTORE ‘TEMPO’
Anche per questo motivo, per decenni, non si sono avuti progressi di rilievo, indispensabili però contro un tumore poco noto ma aggressivo, spesso difficile da diagnosticare in maniera corretta e tempestiva.

“Il tempo, per i pazienti in genere, ma in particolare per chi ha poche alternative terapeutiche come i malati di sarcoma, è infatti un fattore critico, e non c’è tempo per aspettare – interviene Ornella Gonzato, presidente dell’Associazione Paola per i tumori muscolo-scheletrici Onlus –. Invece le difficoltà incontrate sono tante proprio per la rarità della patologia, dalle diagnosi scorrette e tardive alle terapie non appropriate o limitate nella scelta per l’assenza di nuovi potenziali farmaci. Olaratumab è un ottimo esempio del proficuo “lavoro di squadra” svolto tra tutte le parti interessate, dall’industria farmaceutica ai pazienti, dai medici e ricercatori all’Autorità regolatoria, il cui esito è stato aver reso rapidamente accessibile a livello europeo un nuovo medicinale, dopo decenni di mancanza di nuovi farmaci di prima linea per il sarcoma dei tessuti molli. Anche i pazienti italiani, grazie al lavoro dell’Agenzia Italiana del Farmaco, potranno ora accedere a un nuovo farmaco che rappresenta una reale speranza di trattamento della malattia in fase avanzata, nonché una concreta risposta al bisogno di pazienti a forte rischio di discriminazione”.

IL FUTURO E LA RETE IN ARRIVO
“Nel nostro Paese non esistono meccanismi di semplificazione dell’accesso ai farmaci orfani per i tumori rari – conferma la dr.ssa Stacchiotti –. L’arrivo in clinica di olaratumab è anche il risultato dei molti sforzi condotti dagli oncologi assieme all’AIFA per ridurre tempi e complessità delle procedure necessarie per introdurre nuovi farmaci, garantendo un accesso più rapido a trattamenti efficaci e diminuendo le disparità di accesso alle terapie, tuttora molto presenti. In questo senso va anche la proposta di una nuova Rete Nazionale Tumori Rari, una rete clinica collaborativa gestita dalle Regioni e dal Ministero per migliorare l’attuale offerta assistenziale oncologica, emato-oncologica, pediatrico-oncologica. Fra l’altro, per il futuro, questa Rete, ovviamente concepita per migliorare la qualità di cura, sarà utile anche per accelerare la ricerca clinica, anche su nuovi farmaci, ad esempio nei sarcomi”.
Il progetto è attualmente all’esame della Conferenza Stato-Regioni, su una bozza di Intesa proposta dal Ministero; tutti i centri selezionati saranno in grado di chiedere e ricevere teleconsulti, ma all’interno di una rete stabile in cui opererà un sistema di qualità delle prestazioni, tanto che non mancheranno vere “telecondivisioni” di casi clinici a distanza. La Rete alimenterà anche un database clinico per la ricerca nei tumori rari, attraverso “banche dei tessuti” per la ricerca traslazionale.

“Il primo obiettivo resterà tuttavia l’assistenza, per consentire ai pazienti di trovare il centro di riferimento più corretto e vicino al luogo di residenza per la loro malattia, consentendo anche una riduzione della migrazione sanitaria che nel caso dei tumori rari è spesso un pesante fardello per i malati e le loro famiglie, oltre che un onere finanziario – conclude la dr.ssa Stacchiotti –. Il progetto si propone come integrazione delle attuali Reti Oncologiche Regionali e in collaborazione con le Reti Malattie Rare, anche a livello europeo. Negli anni scorsi molti hanno lavorato spontaneamente in rete su migliaia di casi di tumore raro, adesso è giunto il momento di fare sistema”.

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